UCID Padova, documento per la Festa del Lavoro 2011

Un impegno per il rilancio dell’occupazione e dell’integrazione sociale. 

Il giorno dell’anno dedicato al Lavoro, nel 2011, ci mostra una società “in mezzo al guado”. Alle conseguenze della crisi finanziaria 2008-2009 si è andata sostituendo, infatti, la consapevolezza dell’emergere di una ripresa economica globale, sostenuta dalla domanda di crescita dei Paesi emergenti, resa evidente dal fortissimo recupero del commercio internazionale e delle esportazioni, anche per le imprese italiane. Questa ripresa vede la componente degli investimenti per ora prevalere su quella dei consumi, con scarsi effetti sulla disoccupazione, superiore all’8% in Italia.

Dopo quarant’anni di crescita costante del debito pubblico, per l’Italia e gli altri paesi industrializzati occidentali è l’ora della riduzione del debito, e questa riduzione può essere attuata principalmente attraverso il risparmio, la riqualificazione dei consumi e la capacità di produrre nuova ricchezza in un quadro di sostenibilità ambientale e sociale.

Il PNR, Piano Nazionale di Riforma, richiesto dall’Unione Europea, ci chiede infatti di ridurre ed azzerare il debito pubblico entro i prossimi trent’anni, al ritmo del 3% l’anno, invertendo l’attuale tendenza a incrementarlo.
Questo sforzo, che è richiesto per garantire all’Italia di rimanere libera artefice del proprio destino tra i paesi del mondo a migliore qualità della vita e civiltà economica, rende ancora più evidenti le emergenze a cui dare risposta nel breve periodo:

  • Ridare certezze a quanti, finora stabilmente occupati, subiscono prospettive di un futuro insicuro o, espulsi dal mercato, non riescono a ritrovare occupazione, con conseguenze negative per il morale, la famiglia, la società;
  • Offrire opportunità concrete e non evanescenti ai giovani che non trovano occupazione o che sono costretti ad accettare soluzioni lavorative precarie e sottoretribuite;
  • Dare spazio alle donne, le cui prospettive di occupazione e sviluppo scontano condizioni di ulteriore difficoltà e precarietà rispetto all’ordinario;
  • Accogliere nelle aziende e nella società i lavoratori immigrati, la cui integrazione civile, sociale e professionale è lontana dal perfezionarsi.

Il contesto di globalizzazione rende evidente che, anche quando la ripresa economica del Paese potrà dirsi effettiva e consolidata, ci si troverà di fronte ad elementi di scenario segnati da importanti cambiamenti:

  • Il ruolo primario della finanza, ormai consolidato, continuerà a condizionare le dinamiche di sviluppo economico – industriale attribuendo primaria importanza alla moltiplicazione finanziaria dei profitti, privilegiando le rendite immediate e rendendo complicati gli investimenti di lungo periodo, sia imprenditoriali che infrastrutturali.
  • La globalizzazione, sul piano finanziario, porterà sempre maggiore concentrazione dei poteri decisionali e di controllo in mano a pochi, concentrando i profitti e la ricchezza su un numero decrescente di soggetti fisici o giuridici;
  • L’allargamento globale della popolazione benestante e la riduzione delle risorse naturali  provocherà l’accentuarsi, consentito e favorito dai meccanismi globalizzanti, del livello di competitività con i paesi emergenti BRIC, che rappresentano ormai oltre la metà della popolazione, più di tre miliardi di persone.

Nello scenario nazionale questi fenomeni globali producono certamente effetti rilevanti, e si deve osservare come vengano ad incidere su una situazione economica e sociale spesso caratterizzata da segnali di stanchezza e decadimento:

  • scarsa capacità di innovazione e trasformazione del sistema produttivo;
  • persistente eccessiva vischiosità burocratica del comparto pubblico;
  • esorbitante peso del debito pubblico e conseguenti restrizioni sugli investimenti

e, sul piano, per così dire, più vicino alla persona:

  • sfiducia e ritrosia per le scelte d’avvio di nuove imprese o di rilancio imprenditoriale;
  • corporativismo e chiusura da parte di chi gode di posizioni protette nei confronti di giovani, immigrati, disoccupati;
  • in generale atteggiamento difensivistico e immobilistico a tutela di privilegi;
  • progressivo degrado del tessuto sociale anche in termini di convivenza, con prevalenza di atteggiamenti egoistici a scapito della vecchiaia, della diversità, della malattia.

E’ un insieme certo tale da non lasciare spazio a facile ottimismo, ma fede e fiducia, che animano i cristiani, possono contribuire a dare vita ed esaltare tutte le azioni costruttive, individuali e collettive, di solidarietà e generosità, che attraverso l’impegno responsabile e il dono, possono creare opportunità di realizzazione del bene comune e della giustizia.

Il maggiore sforzo che la società italiana deve affrontare, oggi, è la primaria importanza dell’educazione, della cultura e della formazione; decisive – le prime due in particolare – sia per i giovani che si affacciano al mondo economico sia per coloro che, trovandosi in situazione difficile, devono essere reintegrati nel tessuto socio-lavorativo (in questo caso formazione/riconversione).

Ma, una volta garantito il diritto alla cultura e alla formazione, è necessario siano favorite le condizioni per mettere a frutto quanto appreso. Un giovane che non veda sbocchi in questo senso non si sentirà impegnato verso il proprio paese diminuendo, suo malgrado, il proprio senso di appartenenza e, se comunque dotato di volontà di autorealizzazione, guarderà all’estero: infatti, subiamo una forte e crescente emorragia dei migliori giovani verso altri paesi.

L’educazione in Italia deve crescere in qualità: si deve pensare in termini di mobilità professionale internazionale del lavoro, non partendo da una frustrante condizione di assenza di chances in casa propria. L’apertura al mondo deve essere il frutto della consapevolezza dei propri mezzi e della disponibilità a condividerli e valorizzarli assieme ai propri simili. Una grande opportunità in questo senso è data dal fatto che il mondo economico e d’impresa è sempre più focus d’incontro e di scambio multiculturale.

D’altro canto l’analisi delle dinamiche demografiche ci dice che la quota di immigrati in Italia (anche al netto dei recenti fatti del Nord Africa) sarà sempre più consistente, in parte a causa delle ondate migratorie in fuga da situazioni antidemocratiche e di oppressione, in parte per compensare il veloce ritmo di invecchiamento degli italiani e la loro tendenza alla denatalità.

Si tratta dunque di consentire ad un potenziale ancora altissimo, seppur complesso e variamente stratificato, di trovare adeguati percorsi di realizzazione evitando il cristallizzarsi dei peggiori fenomeni portati dalla globalizzazione.
Va privilegiato l’interesse generale piuttosto che quello di pochi collocando al centro del sistema l’uomo quale soggetto cui si consenta una reale libertà e cui si richieda un agire morale ed equilibrato anche quando si muova in un quadro competitivo, governato però da regole giuste.
Da tutto ciò discendono alcune condizioni:

  • stabilire e fare rispettare regole (qualitative prima che quantitative) al processo di sviluppo; ma anche che il singolo sia educato a pensare e agire, sin dall’epoca della crescita, in termini di intrapresa e di miglioramento di se stesso (assumendo pertanto anche la responsabilità delle proprie azioni), funzione fondamentale della famiglia,della scuola, dei media.
  • rafforzare equità e solidarietà, attraverso la capacità di riconoscere il valore delle persone e il diritto alla piena espressione della libertà, non riducendo tutto a misurazione di quantità economica ed evitando forme sempre più frequenti e inquietanti di separazione della prassi economico–finanziaria dai principi etici.

Non è chi non veda come l’Italia, in questa fase di rilancio internazionale, si trovi a soffrire i “mali” di sempre, e cioè scarsa spinta morale delle classi dirigenti, poca innovazione, minima fiducia nel futuro e solidarietà intergenerazionale, ritardo organizzativo ed educativo.

Come imprenditori, dirigenti d’azienda, liberi professionisti – pur consapevoli dell’occasionale presenza di comportamenti non sempre corretti e legali nell’economia del Paese – non possiamo che sottolineare l’esigenza imprescindibile che il rilancio l’Italia sia fondato su un rinnovamento morale della propria classe dirigente ad ogni livello, dalla politica alla pubblica amministrazione, dall’impresa alla libera professione, dall’università alla sanità e all’educazione, intesa a darsi maggiore austerità di comportamenti, spirito di servizio, un premio al merito ed un esempio nei confronti di tutta la società.

Innovazione e fiducia costituiscono i “cardini” del rilancio della società italiana: l’innovazione premia l’assunzione di responsabilità dei giovani che si impegnano, nella ricerca e nell’economia, mentre la fiducia rappresenta l’irrinunciabile “moltiplicatore”, non solo finanziario, delle opportunità di crescita e di lavoro.
Senza la fiducia, le banche non potranno mai valutare i progetti imprenditoriali in un’ottica di sviluppo, l’innovatore non potrà mai offrire lavoro e crescere, il piccolo imprenditore non potrà mai diventare grande impresa. La mancanza di fiducia premia chi ha già il potere, e mina la democrazia economica alla sua stessa base, l’uguaglianza e la libertà di intraprendere.

Il problema della solidarietà intergenerazionale è già evidente nell’enorme debito pubblico, il quarto nel mondo, accumulato dall’Italia dagli anni ‘70: due generazioni di italiani hanno consumato quanto almeno altre due generazioni saranno costrette a risparmiare per pagare il debito, in un mondo con prezzi crescenti delle materie prime e competizione sempre maggiore tra le popolazioni per aggiudicarsi benessere e risorse naturali.
Ma la solidarietà intergenerazionale manca anche nell’enorme sproporzione tra le garanzie riservate oggi a molti al lavoro sicuro o in pensione rispetto al 30% di giovani su oltre due milioni di disoccupati, senza un lavoro. Certamente non si tratta solo di un problema economico, ma anche di un problema educativo, dato che molti non accettano il lavoro che c’è, preferendo attendere quello che non c’è; ma sicuramente non basterà il solo potenziamento dell’apprendistato a dare soluzioni alla disoccupazione giovanile, vera piaga del presente del Paese, senza una vasta e trasparente riforma fiscale intesa a offrire ai giovani la possibilità di un lavoro esente da gravose imposizioni fiscali nei primi anni, proponendo una maggiore solidarietà a tutti quanti, per censo o per condizione di privilegio, già oggi godono di rendite e benefici ormai insostenibili per il Paese.

Tutti i soggetti pubblici e privati devono mettere in atto una azione generosa, vitale, per agevolare l’inserimento di giovani e dei meno giovani espulsi nel lavoro, attraverso incentivi e contributianche territoriali e locali, nella consapevolezza che solo il lavoro e la produzione di benessere potranno risolvere sia il problema della disoccupazione degli italiani che quello di un inserimento civile ed accettabile degli immigrati nella società.
Da ultimo, non si può trascurare che l’Italia potrà sostenere il proprio ruolo in Europa e nel mondo solo grazie ad un enorme sforzo di riforma per il merito, l’educazione e lo sviluppo culturale e professionale, dandosi una scuola ed una Università nuove, più meritocratiche e più attente al confronto nazionale e internazionale, all’evolvere dei tempi, delle tecnologie e della ricerca.

Sarebbe il tempo in cui nessuno prevalga sugli altri mettendosi, anzi, i primi e più fortunati al servizio degli ultimi, riscoprendo così il senso e la peculiarità del “dono” richiamato da Papa Benedetto XVI nella recente Enciclica “Caritas in Veritate”: il dono non come atto gratuito ma di reciprocità, anche quando questa è assai diversa dallo scambio di mercato. Il dono non è un atto disinteressato: l’interesse risiede nella attesa di un comportamento analogo in chi riceve il dono ai fini della costruzione di una relazione autentica tra persone, una relazione che l’enciclica  Caritas in Veritate denomina fraternità (CIV, n.34). Il dono costituisce un nutrimento ripetutamente somministrato per dare forza ai legami tra persone. Il dono serve a instaurare o a rafforzare i rapporti sociali e,  se riferito al mondo delle imprese, a creare i presupposti affinchè chi presta lavoro sia disponibile ad offrire contributi al di là di quanto strettamente necessario.
L’economia contemporanea ha assunto a fondamento del comportamento umano l’interesse individuale, relegando alla sfera del privato il dono, inteso prevalentemente come atto discrezionale e personale di buon cuore. Il dono, invece, diversamente dalla filantropia, è una logica che opera all’interno dell’attività economica e non al di fuori di essa e che alimenta forme inconsuete di espressione lavorativa (CIV, n.36).
Il dono, in tutte le sue accezioni, consente di prospettare un modello di uomo diverso dall’homo oeconomicus (agente solo razionale, calcolatore, egoista, sempre coerente con se  stesso) e fornisce motivazioni più complesse all’agire umano, che non si risolvono solo nel perseguimento immediato dell’interesse individuale. Il dono  è importante perché esso corrisponde al nostro bisogno di amare e essere amati che è più forte del bisogno di acquisire ed accumulare cose.

1° maggio 2011
Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti
Sezione di Padova

Giorgio Cortelazzo, Antonio Turturici, Amedeo Levorato, un grazie al prof. Erasmo Santesso per l’ultimo capoverso.

Documento UCID per il 1° maggio 2011
Messaggio Pastorale Sociale Diocesi di Padova sul lavoro 2011

Informazioni su Amedeo Levorato

Consulenza gestionale e direzionale d'impresa
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