“Se tu squarciassi i cieli e scendessi!” – Riflessione di Avvento UCID – 2 dicembre 2011

«Tu, Signore, sei nostro padre, da sempre ti chiami nostro redentore. Perché ci lasci vagare lontano dalle tue vie, e lasci indurire il nostro cuore, così che non ti tema. Ritorna per amore dei tuoi servi, per amore delle tribù, tua eredità. (…) Se tu squarciassi i cieli e scendessi! » (Is 63, 16b-17.19b).

Con queste parole come cristiani abbiamo aperto il tempo di Avvento che ci prepara al Natale. Da qui vorrei partire per questa riflessione ormai tradizionale con la quale come Associazione ci prepariamo al Natale. Una riflessione spirituale e sociale insieme, poiché le due cose non sono proprio distanti.

Le parole del profeta Isaia sono in bocca al popolo che invoca Dio affinchè si manifesti come Padre, e così possa ritrovare la via smarrita. Un popolo smarrito.
Paradigma della condizione umana, in particolare di questi tempi, che spesso è una condizione simile ad un vagare senza meta, vagare che affatica, che crea tensione, conflitto. A volte il mondo sembra un deserto in cui troppe persone vagano e si affollano in modo conflittuale e disordinato attorno alle poche oasi di ristoro che vi si trovano; e che peraltro molte volte sono veri e propri miraggi, illusioni, ma che nondimeno attraggono folle disordinate, disorientate, e voraci, perché sfinite. Folle che fanno fatica a capire la meta del vivere, che sono convinte che l’unica cosa che valga la pena fare è difendere i propri vantaggi personali di natura materiale, e che non esista una meta, un fine comune. Folle che non riconoscono l’esistenza di un legame positivo con il prossimo, ma hanno introiettato fin nel profondo delle fibre la logica dell’homo homini lupus, o della cosiddetta razionalità economica incentrata sul perseguimento egoistico del proprio vantaggio, permettendo a tale logica non eticamente neutra di dilagare in tutta la vita sociale, personale, famigliare, frantumando legami e mettendo in discussione ogni pensabile forma di stabilità.
Se l’invocazione di Isaia oggi prorompesse nel cuore di queste folle che vagano, sarebbe un, anzi il, passo decisivo. Riconoscere che ciò che viviamo e il clima sociale e culturale che abbiamo costruito assomiglia ad un vagare lontano, ad un indurimento del cuore, un tempo dove come società, come umanità, «abbiamo peccato» e «siamo stati ribelli»; riconoscere che «non abbiamo praticato con gioia la giustizia», e che quelli che pensiamo essere i nostri atti di giustizia erano semplicemente «panni immondi» (cfr. Is 64,5).
Invocazioni di questo genere però è più facile che prorompano nel cuore di chi è povero, di chi è disperato, di chi non ha nulla, e non può confidare in nulla. In chi magari ha solo una minima responsabilità di questa crisi, o non ne ha affatto. Più difficile che prorompano in chi la crisi l’ha provocata o l’alimenta. Ma anche in chi, come noi, non è disperato, non è privo di prospettive, è sufficientemente garantito.
Noi non siamo poveri di cose. Ci fa bene, in vista del Natale, immedesimarci (tutti – anche noi uomini di Chiesa che siamo garantiti – per il momento – in tutto) in chi spontaneamente, dal profondo di sé, si trova a prorompere in questa invocazione: «Se tu squarciassi i cieli e scendessi!». In chi con facilità, ogni giorno, profondamente avverte e dice «Signore tu sei nostro padre, noi siamo argilla e tu colui che ci plasma, tutti noi siamo opera delle tue mani» (Is 64, 7), perché vede in Dio l’unica propria forza e possibilità di sperare e guardare al domani. Ci fa bene immedesimarci in chi sente dentro di sé nascere questo grido. È il grido dei poveri in spirito; più facile e spontaneo in chi è povero anche di cose, di potere, di prestigio, di mezzi…
Il Natale è questo, in fondo: Dio che si mette dalla parte di chi deve chiedere una mangiatoia perché non c’era posto per Lui nell’albergo (con tutto quello che l’albergo potrebbe rappresentare: la società dei consumi, i poteri, la finanza, i privilegi, ecc.); Natale è il Figlio di Dio che nasce dove non nascerebbe nessuno di noi; Natale è il Figlio che alla fine può solo dire «Padre, nelle tue mani affido il mio Spirito».
Per evitare che il Natale sia solo una suggestione poetica e un abbellimento di questo tempo, è necessario avere occasioni concrete di mettersi dalla parte di chi la crisi presente la soffre pesantemente, e di chi grida quelle invocazioni; fare un esercizio di ascolto, di immedesimazione, di comprensione. Solo questa immedesimazione, che deve essere spirituale ma anche fisica, può far nascere in modo radicale la domanda giusta: ma perché esiste questa sofferenza? Dove sta la causa? Non solo domandarsi ciò che si può fare per lenire i sintomi, ma le cause.
Sono tante le forme in cui questo grido si fa sentire: ho in questi giorni tra le mani una lettera di un piccolo artigiano fornitore di una grande ditta nota del nostro territorio. Piccolo artigiano che per logiche a lui non note e per cambi di dirigenti, dopo vent’anni si ritrova privato, senza spiegazioni, del contratto di servizio. Si rivolge a me, uomo di Chiesa, per chiedermi dove ha sbagliato. E si chiede perché, dopo aver fatto di quella grande azienda la sua Identità, il suo Riferimento, il suo Lavoro (termini scritti in maiuscolo…), e dopo non aver mai badato a spese, a orari, a urgenze, ora si ritrova, senza nemmeno una parola, messo alla porta.
Parlo di questo non per dar ragione per partito preso ai piccoli rispetto ai grandi, ma perché veramente dietro ogni elemento di quella crisi che anche come UCID ogni giorno analizziamo, denunciamo, presentiamo, e per la quale offriamo anche degli spunti di soluzione, ci sono storie umane dense di passione, di umanità, e a volte di sofferenza, a cui è difficile dar risposta.
Ed è impressionante lo stridore che di fronte a queste storie, che quotidianamente giungono sul tavolo di un impotente prete come il sottoscritto, hanno certe cose che si sentono in TV: buste con 100mila euro in case di persone che dovrebbero essere al servizio del bene comune; buone uscite da milioni e milioni di euro per amministratori di società pubbliche e private, che platealmente sono stati dei cattivi amministratori. Magistrati che si parano dietro la propria funzione per favorire interessi criminali. E potrei continuare. Ma non farei altro che aggiungere peso alla domanda cruciale e bruciante: ma come giustificare queste cose agli occhi di chi grida «Padre»? Che parola dire? Che azione fare?
Di fronte a questo va nutrita la speranza che non solo i poveri, ma tutti, anche noi qui, sappiamo prima o poi pronunciare con autenticità le parole del popolo di Israele: «Perché Signore ci lasci vagare lontano dalle tue vie, e lasci indurire il nostro cuore, così che non ti tema? ». «Ecco, tu sei adirato perché abbiamo peccato contro di te da lungo tempo e siamo stati ribelli». E va coltivata la speranza che tutti noi diveniamo convinti che il Signore «va incontro a quelli che praticano con gioia la giustizia e si ricordano le tue vie» (Is 64, 4). Certo, a chi non interessa niente che il Signore gli venga incontro, forse non interessa nemmeno di praticare la giustizia per propiziare e sperimentare la sua venuta. Ma non è il caso nostro. Noi ci prepariamo al Natale perché desideriamo che il Signore ci venga incontro.
Noi siamo dalla parte, per dono di Dio che diventa impegno, di coloro che possono imprimere una direzione al paese. Noi siamo coloro che possono porre un freno a quella «forza centrifuga che pone gli uni contro gli altri sottraendo l’unità di intenti e prospettive». Noi siamo coloro che possono implementare i «valori non negoziabili». (cfr. Documento UCID 17 dicembre).
Quello di cui dobbiamo convincerci è che diventiamo portatori di valori e persone che praticano la giustizia, quando lo facciamo non a valle delle scelte quotidiane che poniamo e dei meccanismi che alimentiamo o di cui siamo parte, ma all’interno di questi, utilizzando tutto quello spazio di libertà che ci è dato, e quando questo è poco anche forzando affinchè si dilati e ci permetta di agire secondo giustizia. Ogni firma, ogni atto, ogni investimento, ogni vendita, ogni acquisto, ogni parcella, ogni ordine impartito, ogni consiglio, ogni finanziamento, ogni contratto, è atto connotato eticamente: cioè può volgersi al bene o al male, alla giustizia o all’ingiustizia, alla dignità o all’umiliazione. Non è mai un atto solo meccanico. E quando lo è per meccanismi che ci superano, il nostro impegno deve diventare “politico”, affinché i meccanismi non costringano anche domani a compiere atti ingiusti o che alimentano l’ingiustizia.
Questo è il livello morale del quale c’è bisogno. È un immenso lavoro culturale, di discernimento continuo, quotidiano, quasi snervante ma necessario. È il lavorio della coscienza, che sa che ogniqualvolta si compie un’azione, c’è una scelta da fare, e dunque c’è in campo il bene o la sua negazione.
Vorrei solo additare una direttrice di questo lavorio culturale e morale che c’è da fare; una direzione  che ci viene dalla Scrittura stessa e dalla logica intrinseca della comunità cristiana, ricavandolo dalla straordinaria proposta di riflessione che ci è stata fatta Domenica alla giornata di spiritualità promossa dalla Pastorale sociale e del lavoro, da p. Stefano Bittasi. Egli ci diceva che il cuore di un sistema economico che non produca ingiustizie è la capacità di gratitudine da parte di ciascuno. Egli spiegava il brano di Atti degli Apostoli dove si dice: «La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuor solo o un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune» (At 4, 32). Questa frase è tradotta male: la traduzione più opportuna sarebbe: «nessuno dava nome di “cosa propria” a ciò che gli apparteneva”». Non è messa in discussione la proprietà, non è visione comunista. Ma è una prospettiva che attiva una certa modalità di relazione con i beni, che sta alla base della giustizia. La domanda che p. Bittasi ci proponeva di farci è “che nome do alle cose che mi appartengono?”. E indicava la gratitudine, come via di uscita dall’avarizia, che come dice san Paolo, ma anche insigni economisti contemporanei (Camdusses), “è la radice di tutti i mali”. (Cfr. Dt 8: « 10Mangerai, sarai sazio e benedirai il Signore, tuo Dio, a causa della buona terra che ti avrà dato. 11Guàrdati bene dal dimenticare il Signore, tuo Dio, così da non osservare i suoi comandi, le sue norme e le sue leggi che oggi io ti prescrivo. 12Quando avrai mangiato e ti sarai saziato, quando avrai costruito belle case e vi avrai abitato, 13quando avrai visto il tuo bestiame grosso e minuto moltiplicarsi, accrescersi il tuo argento e il tuo oro e abbondare ogni tua cosa, 14il tuo cuore non si inorgoglisca in modo da dimenticare il Signore, tuo Dio, che ti ha fatto uscire dalla terra d‘Egitto, dalla condizione servile; 15che ti ha condotto per questo deserto grande e spaventoso, luogo di serpenti velenosi e di scorpioni, terra assetata, senz‘acqua; che ha fatto sgorgare per te l‘acqua dalla roccia durissima; 16che nel deserto ti ha nutrito di manna sconosciuta ai tuoi padri, per umiliarti e per provarti, per farti felice nel tuo avvenire. 17Guàrdati dunque dal dire nel tuo cuore: “La mia forza e la potenza della mia mano mi hanno acquistato queste ricchezze”. 18Ricòrdati invece del Signore, tuo Dio, perché egli ti dà la forza per acquistare ricchezze, al fine di mantenere, come fa oggi, l‘alleanza che ha giurato ai tuoi padri. 19Ma se tu dimenticherai il Signore, tuo Dio, e seguirai altri dèi e li servirai e ti prostrerai davanti a loro, io attesto oggi contro di voi che certo perirete!).
Solo da un senso vivo di gratitudine può venire la responsabilità a chi possiede e traffica i beni verso il patto sociale, la comunità, i poveri.
Intraprendendo questo lavorio della coscienza è possibile dare concretezza anche alle soluzioni che con la mente intravvediamo. Senza paura di essere pochi, apparentemente impotenti, minoranza. Il vangelo dice ai cristiani che sono lievito. Benedetto XVI ci suggerisce che possiamo essere minoranza creativa. I cristiani sono sempre stati così nella storia.
Ascoltiamo cosa scrive un noto biografo e studioso di san Benedetto, benedettino lui stesso: «La situazione al tempo di Benedetto era sicuramente più difficile di quella odierna, sia dal punto di vista politico che sociale. Era il tempo delle migrazioni dei popoli. Genti nuove si riversavano in Italia e ne devastavano i campi. L’impero romano cadeva a pezzi e la cultura degli antichi non aveva più la forza di dar forma ai nuovi popoli. Il risultato fu un vuoto spirituale. I rapporti economici erano inaffidabili. Non vi era più fiducia per coltivare i campi, poiché continuamente si doveva fare i conti con un’ondata devastatrice che annientava tutto. Anche la chiesa era divisa al suo interno: l’eresia ariana lacerò la chiesa e la privò della sua forza capace di creare unità (…). Nel tempo in cui l’impero romano andava in frantumi, la chiesa non era un elemento di orientamento e sostegno. In questo mondo senza riferimenti e lacerato, Benedetto ha costruito i suoi monasteri e ha scritto una Regola per i suoi monaci. Nella sua Regola non c’è traccia di questa mancanza di fiducia del suo tempo. Benedetto non ha indugiato a lagnarsi di questi rapporti difficili. Ha eretto una piccola comunità che poteva vivere delle sue forze. Da queste comunità, che tentavano di vivere assieme in pace, emanò una luce positiva anche per i gruppi in lotta che le circondavano. Benedetto creò un luogo di pace e di speranza in mezzo alla confusione della sua epoca. E da questo luogo la pace entrò nel mondo lacerato. In piena mancanza di fiducia nei rapporti economici, Benedetto si mise a lavorare la terra con i suoi monaci e a costruire oggetti artigianali nelle sue officine. Dal lavoro di questi piccoli gruppi provenne un’azione ordinatrice per l’intero Occidente. I benedettini furono i custodi della civiltà occidentale, e per questo Paolo VI ha giustamente nominato san Benedetto patrono d’Europa.
«Nell’epoca della globalizzazione molti ritengono che le cose non potrebbero andare diversamente. Il potere è nelle mani dei grandi gruppi economici e delle banche [e magari noi lo sappiamo bene, perché lo vediamo dal di dentro]. Non ci si può sottrarre a questa tendenza e si deve contribuire a essa, volenti o nolenti [a volte ci percepiamo nolenti, soprattutto anche quando come UCID denunciamo le responsabilità della crisi]. Benedetto ha dimostrato che un paio di uomini che pensano diversamente sono capaci di produrre una controtendenza. Da solo un individuo non può certo opporsi oggi a certe logiche. Ma se un paio di uomini percorrono assieme un cammino, questo ha effetti sul mondo intero. Le idee che noi esprimiamo hanno delle ripercussioni, i gruppi che formiamo emanano luce, la cultura che produciamo è visibile in questo mondo. E se è vista, allora avrà anche il suo effetto. Benedetto ha costruito il suo monastero sopra un monte: voleva che lo si vedesse. Anche se ha predicato la via dell’umiltà, egli non ha compreso l’umiltà come se i monaci dovessero nascondersi davanti agli altri. Il monastero non doveva mettere la luce sotto il moggio, ma sopra il lucerniere: “Una città che sta sul monte non può rimanere nascosta” (Mt 5,14)»[1].
La testimonianza di Benedetto è straordinaria. Ci mostra l’importanza del lavoro non solo personale, ma di costruzione di comunità intellettuali, spirituali, operative, che siano appunto “luce”, testimonianza, profezia. Perché infatti la testimonianza di Benedetto ci dà un ulteriore elemento. Ci fa cogliere che il domandarsi “che cosa posso fare io?”, è finalizzato alla domanda “come costruire la comunità, la società?”. Le due cose sono estremamente intrecciate, l’una rimanda all’altra. Non si tratta solo di salvarsi l’anima, ma di contribuire alla costruzione del Regno di Dio, per il bene di tutti.
Ci servono allora, nella logica dei carismi cui accennavo all’ultimo incontro, scelte come quelle di Economia di Comunione: sono di nicchia, ma ci additano un valore che nel turbinio delle cose, della storia, ma anche della nostra coscienza sempre affascinata dal legame con le cose, rischiamo a volte di smarrire, di ritenere inutile, di ritenere impossibile. Sono segni posti sul nostro cammino ordinario, di noi che stiamo in trincea, ma che ci aiutano a dare la risposta alla domanda “come costruire la comunità, la società?”. Perché oggi siamo forse di fronte ad un bivio: costruire una società che sia garante del bene individuale, o una società che sia strumento del benessere di tutti?
Ci servono sperimentazioni come quella dell’UCID, della responsabilità d’impresa per il bene comune, e progetti come quello che a livello veneto sta portando avanti il prof. Santesso. Sono esperienze creative, che se diverranno cultura profonda e radicata in ciascuno di noi, e progetto condiviso, possono imprimere elementi fecondi di cambiamento nella storia.
La sfida principale però è essere luce, ciascuno e insieme. E la luce emana dall’interiore, e dal riferimento che l’interiore di ciascuno e di tutti ha. Come nella coscienza che di sé aveva il popolo di Israele e che traspare dalle parole di Isaia.
Quelle invocazioni del Profeta Isaia siano dunque in questo tempo anche le nostre invocazioni. Perché, come ci dice la Caritas in veritate: « Lo sviluppo è impossibile senza uomini retti, senza operatori economici e uomini politici che vivano fortemente nelle loro coscienze l’appello del bene comune. Sono necessarie sia la preparazione professionale sia la coerenza morale» (CiV 71).  « Lo sviluppo ha bisogno di cristiani con le braccia alzate verso Dio nel gesto della preghiera, cristiani mossi dalla consapevolezza che l’amore pieno di verità, caritas in veritate, da cui procede l’autentico sviluppo, non è da noi prodotto ma ci viene donato. Perciò anche nei momenti più difficili e complessi, oltre a reagire con consapevolezza, dobbiamo soprattutto riferirci al suo amore. Lo sviluppo implica attenzione alla vita spirituale, seria considerazione delle esperienze di fiducia in Dio, di fraternità spirituale in Cristo, di affidamento alla Provvidenza e alla Misericordia divine, di amore e di perdono, di rinuncia a se stessi, di accoglienza del prossimo, di giustizia e di pace. Tutto ciò è indispensabile per trasformare i « cuori di pietra » in « cuori di carne » (Ez 36,26), così da rendere « divina » e perciò più degna dell’uomo la vita sulla terra. Tutto questo è dell’uomo, perché l’uomo è soggetto della propria esistenza; ed insieme è di Dio, perché Dio è al principio e alla fine di tutto ciò che vale e redime: « Il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio » (1 Cor 3,22-23). L’anelito del cristiano è che tutta la famiglia umana possa invocare Dio come « Padre nostro! ».(CiV 79).

Don Marco Cagol

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[1] A. Grun, Benedetto da Norcia, 2002, tr. it. Queriniana 2006, pp.128s.

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Una risposta a “Se tu squarciassi i cieli e scendessi!” – Riflessione di Avvento UCID – 2 dicembre 2011

  1. ROMANO DORIGATTI ha detto:

    Grazie per l’invio perchè è un piacere leggere con attenzione quanto si è sentito in occasione del nostro Natale UCI al Circolo Ufficiali.
    Cordialità

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